ANGELO PALAZZINI ALLo SPAZIO ARTE BIPIELLE (presentazione)


UNA MOSTRA CURATA E ALLESTITA DA TINO GIPPONI

 Come in molte opere di pittura, almeno quelle che si possono definire degne di questo nome, anche in quelle di Angelo Palazzini la visione dell’immagine genera situazioni psicologiche differenti e graduali.

La prima sensazione che esse offrono è di immediata piacevolezza. Raffaele La Capria direbbe di simpatia, di giovialità e allegria. Colpisce  però anche la buona fattura, diciamo pure la maestria tecnica, che l’artista lascia in ogni tela e l’uso del colore-materia e dello spazio, giocati insieme nella comunicazione personale, efficace e in grado di attrarre l’attenzione.

Se poi il fruitore – lo spettatore che guarda – ha un po’ di abitudine (o di forza) per andare oltre alla superficie e di scalfirla, allora non gli sfugge come in molte composizioni  c’è sempre qualcosa (un  mondo) che alla prima visione non gli si era palesato. A scorrere le  opere dell’artista ci si rende conto che nella maggior parte di esse non si è mosso alla mera ricerca dell’effetto fantastico o narrativo, ma ha elaborato il soggetto pittorico come riflessione nell’affrontare i lati ordinari e buffi, malinconici e scherzosi che la vita, le persone e le cose suggeriscono. Ogni suo quadro è il tentativo, non di rado riuscito, di cogliere aspetti sottili del fare corrente e quotidiano, indagando presente e passato, l’attualità e i ricordi  in chiave  bonariamente ilare, umoristica, divertente, buffa.

Come classificare o aggiornare la catalogazione di Palazzini pittore? Ci proverà Tino Gipponi, curatore e allestitore della mostra che l’artista inaugurerà sabato 11 febbraio allo Spazio Arte Bipielle in via Lombardo a Lodi. Una personale che, anche se non lo dichiara, intende reagisce a certo inquinamento culturale diffuso e prevedibilmente muoverà contro le prevaricazioni di tutte quelle avanguardie attualiste che rendono ancor più vacillante la incerta arte contemporanea.

Palazzini pittore è (come) un trapezista. Costringe la sensibilità dello spettatore a tenere ininterrottamente il fiato sospeso. Presenta sempre variabili dentro l’immagine: di temi, procedimenti, sperimentazioni, invenzioni inedite, processualità, accostamenti e giustapposizioni.

Un visionario? A volte, non in senso allucinante o del vaneggiare. Un virtuosista? Certamente, senza  mai bloccarsi nel compiacimento. Un fantastico, cioè non reale, immaginario? Non da cadere nel surreale (almeno, non sempre). Un onirico? Quanto basta per non essere troppo sognatore. Un fiabesco, cioè incredibile, straordinario nel raccontare? Certamente uno che sa andare alle corde delle sensazioni e delle emozioni attraverso il cambiamento in senso vivace e brillante. In sintesi: un “trasfiguratore” che trasforma forme e figure, fogge modelli sagome decori in allestimenti scenici, architettonici riconoscibili. Ma che nelle rappresentazioni simboliche, mantiene sempre o quasi sempre, la metafora.  

In un periodo come l’attuale, in cui l’immaginario, si sta inquinando, si e’ già inquinato, non è senza rilevanza che un artista dimostri di volerlo difendere. E lo faccia stuzzicandolo continuamente, preparandogli il terreno con un lavoro artigianale non meno superbo e non meno eccitante dell’intuizione, mettendo e togliendo materia e colore, sapendo che prima o poi darà forma e nomi al processo di ricostruzione.

La capacità di ben fare è una qualità inattaccabile di questo  pittore. Che, su altro versante, è però anche uno che ha risorse intellettuali che bastano per partecipare al gioco della pittura. Con questo fare illuminante egli tiene acceso il potere fascinatorio della sua pittura. Qualcuno l’ha definita, con rispetto, un’arte “teatrale”. Ma non tutti mostrano di saper distinguere un’idea teatrale da una “trovata”. Una idea che funziona è sempre conoscitiva. Rivela quello che in un paesaggio domestico o urbano, sta dietro o dentro ai mobili di casa e tra le architetture. E contribuisce ad arricchirne la molteplicità dei significati. Una “trovata”, invece, non propone niente di tutto questo perché non ha nulla a che vedere con qualsiasi tentativo di interpretazione, vuole solo provocare e più spesso prevaricare. Non è quanto aspira Palazzini. La sua pittura non si confonde in alcun modo con certe tendenze emiliane. In essa c’è la magia delle cose. La si ritrova sparsa un po’ in ogni dove: nel gusto della decorazione bizantineggiante, gotica, costruttivista; nell’incanto bizzarro e sottile delle rappresentazioni; nel fascino unico e avvincente, sostenuto dal preziosismo tecnico che ne fa qualcosa di assolutamente specifico e riconoscibile; nell’immaginario dell’infanzia, nei personaggi e  simboli che mantengono l’eco di una storia personale, nei  burattini e nelle donne che compaiono sempre con forza evocativa.

Nelle sue immagini si possono ravvisare tanti riferimenti ai pittori simbolisti e a quelli favolistici, ma l’amalgama è originale e sua, sposa con maestria senso della materia e del colore, mostra ricchezza decorativa e leggerezza di fiaba. Non è poco oggi che in pittura sono venujti a mancare filtri culturali

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